L’Amore come trasformazione del dolore…

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Il dolore psicologico è una continua e intensa emozione di sofferenza. Anche l’amore è una emozione ma, anziché darci sofferenza, può donarci felicità, serenità, gioia. Eppure nessuno può frenare facilmente il dolore interiore, né può provare amore facilmente. La natura umana nasce così, incapace di gestire le emozioni. Ma esiste un percorso per conoscere le nostre emozioni, attraverso il quale arriviamo a capire la natura del nostro dolore, come gestirlo e come trasformarlo in amore.

Ecco come io spiego l’amore. L’amore è una energia che proviene da una fonte esterna a noi. E quando ci entra dentro diventa un sentimento fortissimo, quasi insopportabile. E può essere davvero difficile da gestire, tanto che la nostra mente ne viene stravolta, non riuscendo a gestirla in modo razionale. Perché l’amore non ha niente a che vedere con la razionalità umana. Questa energia non è un’idea, ma una pura essenza di unità. Se non apparisse incomprensibile, potremmo dire che l’amore è indivisibilità. Quando questa essenza di unità penetra nella mente umana ci spinge ad unirci, veniamo sconvolti da un bisogno di dare amore a qualcuno, ad unirci con qualcuno, a vivere questa esperienza così straordinaria con un altro essere umano. L’istinto ci dice che questa cosa bellissima che chiamiamo amore non resterebbe dentro di noi se non la trasmettiamo, se non la diamo, se non la condividiamo con qualcuno. È impossibile trattenere l’amore in modo egoistico.
Ed è altrettanto impossibile che, quando questa straordinaria energia di pura essenza di unità entra dentro di noi, resti pura, intatta, indivisibile come è nella sua natura. La mente umana non ce la farebbe a sopportarla, la natura non ci ha ancora dotati di una mente in grado di sopportare l’energia dell’amore puro così com’è alla fonte.
E allora la dobbiamo umanizzare. E quando umanizziamo questa infinita essenza di unità la trasformiamo in quello che definiamo più comunemente sentimento. Il sentimento è il modo individuale di sentire, percepire e vivere la pura essenza di unità universale.
Un sentimento è una emozione. L’emozione è l’esternazione di un sentimento, di un sentire intimo, profondo, illogico e qualche volta irrazionale. Un sentire che non passa per la mente, e che assomiglia più a un istinto, a un richiamo della natura.
L’emozione dell’amore, questa umanizzazione dell’essenza di unità universale, ha la particolarità di portarci molto vicini alla felicità. Unità uguale amore, amore uguale felicità, unità uguale felicità.
Poi abbiamo il dolore.
Anche il dolore è un’esperienza emozionale e, in quanto tale, ognuno di noi può viverla in modo diverso e con una intensità del tutto soggettiva. Eppure, per la maggior parte delle persone, quando i recettori mentali del dolore si attivano, la mente viene invasa da una sensazione di indicibile sofferenza.
Quando ci assale la sensazione di dolore, la cosa che più vorremmo essere capaci di fare, è poter interrompere, spengere, disattivare quella terribile sofferenza. Ma il sistema di percezione del dolore della mente umana è sempre attivo, non esiste un modo per disattivarlo. Puoi solo smettere di alimentarlo con i pensieri e aspettare che passa.
Questa impossibilità di fermare il dolore, questa inabilità umana, genera un profondo rapporto conflittuale tra il sistema psichico e il meccanismo di identificazione dell’io mentale. Ecco perché quando proviamo un dolore insopportabile non vorremmo essere dentro la nostra testa e, nei casi più gravi, vorremmo smettere di esistere.
Tuttavia l’identificazione con la nostra mente e il nostro corpo ci obbligano a vivere l’esperienza del dolore. A tal punto da diventare un tutt’uno con quella sensazione, completamente coinvolti nonché stravolti da quella emozione.
Sin dalla primissima volta che scopriamo di non poter fermare il dolore, la prima sensazione che ci assale in risposta a questa impossibilità umana, è la rabbia.
Da questo momento in poi, la rabbia ristagnerà in noi come una guerra fredda, intima, profonda, pronta a esplodere in qualsiasi momento. La prima vittima di questo stato di guerra è l’identificazione dell’io, il quale integra in sé l’idea di conflitto, un modello di contrapposizione ostile come risposta al dolore e a tutto ciò che minaccia di provocare dolore. In qualche modo la rabbia, l’odio, e anche la violenza, ci danno l’illusione di poter lenire il dolore e la paura del dolore. Invece ce lo fanno solo dimenticare temporaneamente. A questo punto il rischio è che il conflitto si diffonda in ogni parte della personalità, contaminando ogni nostra azione, parola e pensiero. E che rabbia e violenza diventano la nostra identità, il nostro modo di essere.
La prima risposta al dolore è la rabbia che si prova per non poterlo evitare, ma questa rabbia è un’emozione che rischia di sostituirsi al dolore. Quando invece il dolore è solo minacciato, quando percepiamo il pericolo di subire una reale sofferenza emotiva, scatta la paura. In questo caso assegniamo alla paura il compito di sentinella, di sorvegliante delle minacce, con il compito di evitarci una sofferenza che non saremmo in grado di fermare.
Quando siamo sopraffatti dal dolore, sperimentiamo un senso di impotenza, una perdita di coscienza, una lipotimia (obnubilamento della coscienza) tale che solo un’altra emozione, pari o più intensa, può impedire. La rabbia è la prima e più istintiva risposta al dolore, ma non l’unica. Il dolore psichico che proviamo, ad esempio, quando perdiamo una persona cara, fa scattare in noi la ricerca disperata di una risposta che possa dare un senso alla nostra perdita e alla lacerante sofferenza interiore che l’accompagna.
Il bisogno di dare un senso al dolore è un’altra reazione che implode in noi, soprattutto in risposta ad un male provato nel piano psichico. È il tipo di risposta che può farci avvicinare ad esperienze spirituali, che può farci scoprire un rapporto più profondo con noi stessi, che può determinare trasformazioni radicali della nostra personalità e del nostro stile di vita.
Un’altra risposta al dolore, che spesso si adotta quando non abbiamo la forza di esprimerlo o fermarlo, è quello di lasciarlo sedimentare in noi. Eppure, per quanto insopportabile possa sembrarci, anche un dolore, come qualsiasi altra emozione, ha bisogno di essere espresso. Ed ogni volta che reagiamo tentando di soffocarlo o rifiutarlo, anziché manifestarlo, sprofonderà dentro di noi. Non è facile prevedere quando e come la sedimentazione di un dolore erutterà all’esterno della nostra personalità, ma possiamo essere certi che, quando accadrà, la sua forma espressiva sarà talmente mutata dal processo di sedimentazione, che sarà molto difficile ricordarci da quale evento è stata generata.
Il dolore si supera definitivamente attraverso la nemesi. Una nemesi è un atto di giustizia o di compensazione biologica, in grado di riconvertire ogni emozione umana non espressa, realizzando l’idea di equità e giustizia. Ma possiamo capire meglio il concetto di nemesi ricordando il mito di Narciso.
Nemesi e Narciso
Quando Narciso raggiunse il sedicesimo anno di età, era un giovane di tale bellezza che tutti si innamoravano di lui, ma lui, orgogliosamente, respingeva tutti. Un giorno, mentre Narciso era nel bosco, la ninfa Eco lo seguì desiderosa di rivolgergli la parola. Ma la ninfa Eco era incapace di parlare per prima perché condannata da una legge di natura a ripetere sempre le ultime parole di ciò che le venivano dette. Narciso sentì dei passi e gridò: “Chi è là?”, ed Eco rispose: “Chi è là?” e ripeté la frase finché si mostrò e corse ad abbracciare Narciso. Narciso respinse la ninfa e lei, con il cuore infranto, trascorse il resto della sua vita in valli solitarie, gemendo per il suo amore non corrisposto, consumandosi finché di lei rimase solo la voce. Nemesi, dea della giustizia, che aveva visto tutto, decise che per il crudele Narciso era giunto il momento di una lezione. Fu così che il ragazzo, mentre era nel bosco, si imbatté in una pozza d’acqua e si accucciò su di essa per bere. Ma appena vide la sua immagine riflessa, si innamorò perdutamente di se stesso. E comprendendo che non avrebbe mai potuto soddisfare quell’amore, si lasciò morire.
Nemesi, dea della giustizia e della vendetta, persecutrice di chiunque non faccia buon uso dei doni avuti dal destino (come la bellezza per Narciso), ricorda fortemente l’assonanza con il concetto di karma, la legge di causa ed effetto. Questa legge di natura che la mitologia occidentale chiama nemesi e quella orientale karma, è una legge che, come ogni legge superiore, è al di sopra del bene e del male, incorruttibile, e non manipolabile da noi umani. Noi possiamo solo rispettarla, metterci in equilibrio con essa, e se non la rispettiamo soffriremo. Questa legge è emanata da una forma di intelligenza universale, per proteggere la pura essenza di unità. È l’amore stesso, questo spirito intelligente ad emanare questa legge di equilibrio. E allora, il solo modo per vivere l’amore come trasformazione del dolore, è fidarsi dell’amore.
Avere fiducia nell’amore è un modo certo per farlo entrare nella nostra vita. Ma se invece di fidarci dell’amore vogliamo avere ragione del nostro dolore, pretendendo spiegazioni razionali, mentali e personali al dolore che stiamo provando, l’amore si dilegua e la sofferenza resta.
Qualsiasi cosa sia accaduta o stia accadendo nella tua vita, fidati dell’amore. Appena cominciate ad imparare a fidarvi dell’amore, accade che tu e la tua vita cominciate a cambiare. La trasformazione del dolore in amore, a quel punto, si fa sempre più consistente, concreta, tangibile e reale. Per questa ragione, qualsiasi cosa stia accadendo nella tua vita, fidati dell’amore.

Testo della conferenza tenuta al convegno annuale “A te che resti” della onlus Luci delle camelie: Santa Marinella (Roma) 6/7/8 maggio 2016

 

E’ vero, la migliore “arma” contro il dolore è l’Amore…la capacità di fidarsi dell’Amore e di trasformare pian piano le nostre sofferenze in Amore… ma è anche la capacità di saper accettare il dolore quale inevitabile condizione umana, quale Karma, dunque legge superiore “al di sopra del bene e del male”! Per me che sono credente, tuttavia il dolore è anche assimilazione della sofferenza patita sulla croce da Gesù per la nostra salvezza e redenzione. La croce, dunque la sofferenza e la morte di Gesù, sono simbolo di Amore, di un Amore, quale quello divino, immenso, misericordioso e salvifico. 

Antonella


 

  • Al di fuori della croce non vi è altra scala per salire al cielo. (Rosa da Lima)
  • Ave o Croce, unica speranza. O Crux ave, spes unica. (da Vexilla Regis)
  • La croce deve apparirci in tutta la sua verità. Essa congiunge la terra al cielo, tende le braccia in tutte le direzioni, è il segno misterioso dell’umanità universale, il telaio sul quale viene tessuta la nostra vita. (Romano Battaglia)
  • Gesù non ci ha promesso di toglierci la croce. Ci ha detto di mettercela sulle spalle, ma con Gesù, la croce diventa tutto amore. (Marta Robin)

 

Mio martello non colpisce, | pialla mia non taglia | per foggiare gambe nuove | a chi le offrì in battaglia, | ma tre croci, due per chi | disertò per rubare, | la più grande per chi guerra | insegnò a disertare. (Fabrizio De André)

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