“Quasi una preghiera”

Quasi una preghiera

 

“Tu sai Signore che io amo pregarti seguendo i ritmi stagionali, perché la preghiera non è una petizione astratta o un parlare con te che prescinda dalla vita, dalle situazioni, dalle emozioni, dai colori che vedono i nostri occhi, dagli odori che vengono dal suolo”. Già con queste parole Adriana Zarri ci dice che “Quasi una preghiera” non è una semplice guida liturgica per fedeli, ma un almanacco che parla di animali, fiori, odori, rocce, tulipani, alveari, rane e torrenti, perché nel mondo di silenzio e contemplazione di Adriana Zarri vita quotidiana e vita liturgica, ritmo della natura e dell’anima scorrono insieme. Il libro è articolato in quattro grandi sezioni, una per ogni stagione. Nei testi di Adriana Zarri c’è un interlocutore costante: un “tu” che è il Signore, ma che, allo stesso tempo, rappresenta anche l’uomo in carne e ossa, simbolo di tutte le persone comuni. Un “tu” a cui indirizzare le nostre osservazioni, le domande e i lamenti. Perché queste non sono preghiere ma “quasi preghiere”: conversazioni, meditazioni, canti, scritti nella prosa intima e sincera a cui la Zarri ci ha abituati, una scrittura forte, vibrante, mai rassegnata, che riesce a parlare al cuore di tutti, a chi ama la meditazione e il silenzio e a chi pensa che si debba sempre far sentire la propria voce. A tutti offre un motivo di consolazione e un ricovero dalle ansie quotidiane, senza mai rinunciare all’impegno.

Signore, non ho voglia di pregare, e non ho niente da dirti.

Possibile che non abbia niente da dirti?

Eppure è proprio così.

Succede anche questo, nella vita di fede.

Succede anche nei rapporti tra uomini, succede anche per gli amori della  terra; e specialmente a quell’amore, tra uomo e donna, che la Bibbia avvicina, come la metafora più pertinente, all’amore che Tu hai per noi e che noi dovremmo avere per te.

Anche quest’amore terreno ha le sue notti e tanto più il rapporto nostro con te che non sei visibile, ai nostri occhi di carne, non sei percepibile ai nostri sensi grossolani e sembri, talora, non esistere.

E allora cosa preghiamo?

Il  vuoto?

Un abisso d’aria che non risponde?

Una formula che è scritta là, nel catechismo (quello vecchio, quello nuovo, che importa? Che differenza fa?) e  che non abbiamo mai verificata?

Esiste, però, una differenza tra gli inceppi della vita di coppia e i problemi del nostro rapporto con te.

Perché, in questo caso, è solo l’amore nostro che viene meno o che, pur sussistendo, non trova canali di espressione. Tu, invece, sei sempre là che accetti e ci rincorri e non ti stanchi mai di amarci.

Tu, Signore, ti sei invaghito di noi; e ci persegui col tuo amore.

Stai alla porta e bussi, aspettando che noi ti apriamo.

E non sempre ti apriamo.  Talvolta ti lasciamo la porta chiusa in faccia.

E talaltra facciamo i pigri, accampando pretesti, come la donna del Cantico.

Diceva di essersi tolta la veste, di essersi già lavata i piedi e di non volerseli nuovamente sporcare.

Ormai s’era disposta al riposo: cosa venivi a fare a quell’ora di notte?

Come, l’innamorato bussa alla tua porta e tu fai la ritrosa?  Ma forse i pretesti della donna eran solo una finta, forse erano una tenera commedia per accendere il desiderio di lui; ma lui la prende male e , senza dir nulla, se ne va. E lei corre a cercarlo, nella notte, e le guardie la maltrattano, forse scambiandola per una prostituta.

Ma a lei non importa la sua reputazione, cosa pensa la gente: le importa solo l’innamorato che non trova più.

Ecco, l’amore  umano ha questi malintesi.

E’ diverso dal Tuo; eppure, qualche volta gli somiglia.

Perché anche Tu fingi di allontanarti nella notte; o almeno a noi sembra così.

Non ti troviamo più.

Chiamiamo e Tu non rispondi, o almeno non sentiamo la tua voce.

Ma qualche volta nemmeno ti chiamiamo.

Non abbiamo voglia di pregare.

Perché la difficoltà di quest’amore è proprio la tua invisibilità: mentre noi siamo fatti di carne, di occhi che vogliono guardare, di orecchie che aspettano di udire una voce che chiama, di mani che vogliono toccare una forma, una tangibilità.

Ci hai fatti Tu così, Signore,  e non puoi lamentarti .

E infatti  non ti lamenti: aspetti.

Perché, oltre agli occhi e alle mani, ci hai dato altri sensi più sottili che possono percepire l’invisibile.

Ma spesso dormono questi sensi raffinati perché sopraffatti da quelli più invadenti .

Come lo stelo di buon grano soffocato dai rovi.

È la parabola del seminatore.

I rovi sono invadenti e prepotenti, il frastuono del mondo, l’urgere degli istinti più immediati può coprire l’istinto sottile della fede. E noi svolazziamo qua e là, dietro alle voci più chiassose, dietro alla verità.

Allora bisogna mettere a tacere il chiasso, fare silenzio, fare spazio a Te: a Te che non sei invadente, non sei chiassoso ma, anzi, chiedi concentrazione.

 E non è facile, Signore, quando, attorno a noi, tutto risuona di clamore. Non siamo solo noi, Signore, a non prestarti orecchio: è tutto il nostro mondo, è la nostra cultura che rincorre lo spettacolo, l’esteriorità. E non tanto l’amore gratuito cerca ma l’interesse, il successo. 

C’è poco spazio per  Te, Signore.

Così come c’è poco spazio per quei sensi sottili, più in grado di percepire l’invisibile.

C’è poco spazio per la fantasia, la poesia, per quelle cose che non servono e pur son tanto necessarie.

Non servono a rincorrere il successo, per imporsi e “contare”, non servono per avere denaro e potere, ma son necessarie a esser uomini, con quanto c’è di più profondamente umano.

Il nostro mondo è quanto di meno contemplativo si possa immaginare; e Tu, Signore, lo sai bene; e certo non ti stupisci se noi, immersi in questa cultura efficientista, spesso non siamo capaci di pregarti e non ne abbiamo neanche voglia.

Ci sembra di non aver niente da dire, forse perché diciamo troppe cose e sprechiamo discorsi e non ci resta spazio per ascoltare il Tuo Verbo silenzioso e pur detto, nella Scrittura che ha assunto linguaggio d’uomo.

E allora, in questo deserto dello spirito, non c’è che chiederti di darci voce e occhi per vederti, oltre la visibilità della materia: di quella materia che Tu pure hai creato ma che può diventare opaca e sorda come un muro.

Eppure non come muro l’hai creata ma come strada per arrivare a Te.

Ecco, facci capire che tutte le realtà del mondo sono strade, e insegnaci a percorrerle perché, alla fine, ci sei Tu; ma prima bisogna molto camminare, e sporcarci i piedi, come l’amante del Cantico, e inseguirti nella notte….

Adriana Zarri

Tratto da “Quasi una preghiera”

https://it.wikipedia.org/wiki/Adriana_Zarri

Foto: Il cristianesimo è la medicina radicale della misericordia di Dio per l'uomo, peccato che noi ne abbiamo fatto semplicemente una medicina per il raffreddore. (Sören Kierkegaard, Diario)

La preghiera è spesso intesa come un recitar formule e un domandar cose. Per Adriana Zarri, invece, le formule sono soltanto il vestito che ci mettiamo addosso ma la sostanza resta sotto. La preghiera è piuttosto un parlare portando con sé tutte le nostre interrogazioni, osservazioni, lamenti. Con dolci abbandoni e fantasiose svagatezze più ancora che con calcolate richieste.
In queste pagine c’è un interlocutore costante, un «tu». Questo tu è il Signore, naturalmente, e nello stesso tempo è un uomo vicino agli altri uomini e alle loro vite. Perché queste non sono preghiere, ma quasi preghiere, sono un diversamente pregare. Sono conversazioni, canti, riflessioni, indignazioni e meditazioni sul mondo e sulla natura. «Perché io amo pregare seguendo il ritmo stagionale», dice Adriana Zarri, e proprio le stagioni sono le quattro grandi articolazioni di questo libro.
C’è l’inverno con cui inizia e si chiude l’anno: i giorni sono freddi e corti, eppure l’inverno è utile e la neve è bella: «Sotto la neve pane», dice il proverbio. Già a febbraio il filo d’erba inizia a premere tenacemente sotto la cresta della terra per vedere il sole.
C’è la primavera, il momento dell’anno in cui il terreno che pareva morto rivive, il cielo cambia di colore e si celebra la Resurrezione che, come accade nella natura, è un riaprirsi alla vita.
C’è l’estate, stagione panica, in cui è bello distendersi per terra e sentire il suolo crepitare sotto i nostri corpi.
C’è l’autunno che un po’ è morte e gli alberi sono spogli, ma è anche il periodo in cui si spilla il vino nuovo e si celebrano i santi. Non i santi «deboli e dolciastri», ma piuttosto quelli che tengono gli strumenti dei mestieri in mano e sono proprio come noi: «Gente che si accorge del sole che nasce e che tramonta, che vede quando viene l’inverno e ripone gli abiti estivi nell’armadio».
Quasi una preghiera è una sorta di calendario dall’eremo che, con estrema naturalezza, mette insieme le occasioni liturgiche e quelle quotidiane, perchè nel mondo di silenzio e contemplazione di Adriana Zarri il ritmo della natura e dell’anima scorre insieme. Così come Un eremo non è un guscio di lumaca, anche questo è un libro che parla a tutti: credenti e non credenti, a chi ama starsene in silenzio e a chi invece vuole far sentire alta e forte la propria voce.

http://www.einaudi.it/libri/libro/adriana-zarri/quasi-una-preghiera/978880621510

Angeli, al mattino possono essere visti fra una rugiada piegarsi, sorridere, volare.
Gemme e germogli appartengono forse a loro?
– Emily Dickinson –

Più cado (anche e soprattutto sotto il peso del dolore)  e mi rialzo, più ti cerco senza sosta o mio Signore; proprio come un cieco che anche se non riesce a vedere “sente”, con grande intensità,  nel silenzio raccolto e contemplativo della propria anima…

Sì siamo fatti di carne, dunque di occhi che vorrebbero vedere anche l’invisibile, di orecchie che vorrebbero “udire” oltre l’apparente silenzio e di mani che vorrebbero “toccare” l’invisibile intoccabile, che, proprio come S. Tommaso, vorrebbero mettere le dita nelle ferite sempre “aperte”, anche a causa dei nostri peccati e della malvagità assoluta di molti esseri umani…che poi di Umano nulla possiedono…del Tuo Immenso e Misericordioso Cuore. Siamo insomma “limitati”, tali ci hai creati, ma Tu che ci ami immensamente, sempre e comunque, mai smetti di bussare alla porta, a volte letteralmente serrata, del nostro cuore, di cercarci con insistenza o di aspettarci a braccia aperte: sempre pronto ad accoglierci, amarci e salvarci.

Antonella

” Venne la luce a illuminazione di coloro che stanno seduti all’ombra dei sepolcri, e illuminazione voleva dire: riconoscere il dono della luce e mutare anche se stessi in luce che si dona. Ciò sarebbe stata la morte dell’istinto e la sua resurrezione nell’amore ” .

– Hans Urs von Balthasar –

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