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“Coraggio” – “A te che stai sulla croce”…

The Crucified Christ by Jeffrey Hein Jeff is an amazing artist. I'm lucky to have known him and his art. (Salt Lake City, Utah)

 

“Coraggio, tu che soffri inchiodato su una carrozzella. Animo, tu che provi i morsi della solitudine. Abbi fiducia, tu che bevi al calice amaro dell’abbandono. Non imprecare, sorella che ti vedi distruggere giorno dopo giorno dal male che non perdona. Asciugati le lacrime, fratello che sei stato pugnalato alle spalle da coloro che ritenevi tuoi amici. Non tirare i remi in barca, tu che sei stanco di lottare e hai accumulato delusioni a non finire. Non abbatterti, fratello povero che non sei calcolato da nessuno. Coraggio! La tua croce, anche se durasse tutta la vita, è sempre “collocazione provvisoria”.

 

“Al Golgota si va in corteo, come ci andò Gesù. Non da soli. Pregando, lottando, soffrendo con gli altri. Non con arrampicate solitarie, ma solidarizzando con gli altri che, proprio per avanzare insieme, si danno delle norme, dei progetti, delle regole precise, a cui bisogna sottostare da parte di tutti. Se no, si rompe qualcosa. Non il cristallo di una virtù che, al limite, con una confessione si può anche ricomporre. Ma il tessuto di una comunione che, una volta lacerata, richiederà tempi lunghi per pazienti ricuciture”.

 

“La nostra esistenza non è inutile. Il nostro dolore alimenta l’economia sommersa della grazia….la sofferenza tiene spiritualmente in piedi il mondo. Nella stessa misura in cui la passione di Gesù sorregge il cammino dell’universo verso il traguardo del Regno”.

Don Tonino Bello

 

Riferimento: https://le-citazioni.it/autori/antonio-bello/

Toninobello.jpg

 

https://it.wikipedia.org/wiki/Antonio_Bello

 

 

A Te, che stai sulla croce

col volto piegato

dalla sofferenza

e dalla morte

con il cuore

 palpitante di emozioni

volgo il mio sguardo.

Uno sguardo

umilmente consapevole

di non esser degno

di incrociare il Tuo

uno sguardo semplice, sincero

profondamente commosso

uno sguardo

dolcemente proteso

verso il grande mistero

del Divino fatto Uomo

uno sguardo

pieno di mille perchè

sulla terrena vita

sulla sofferenza

e sulla morte.

Il mio cuore

è pieno di fede

tuttavia, fragilmente umano 

è anche facile preda

di improvvise malinconie

ma, nel contempo, sa essere

improvvisamente gioioso

e stupito

sì, ancora stupito

così come quello dei bimbi

stupito e grato

della tua Immensa Misericordia.

La mia anima imperfetta

sempre e per sempre

ha sete di Te

Somma Perfezione!

Ha sete

 del Tuo puro ed immenso

Amore

del Tuo tenero abbraccio

e del Tuo

amorevole perdono.

Se potessi

toglierei una ad una

le spine dolorose

che ti trafiggono il capo.

Se potessi

tergerei

con le mie lacrime

le Tue tante ferite

e bacerei

le Tue dolorose piaghe

con tenerezza

e con compassione

sperando di lenirle un pò.

A Te, che stai sulla croce

dono le mie speranze

ma anche i miei dubbi

e le mie incertezze.

A Te che sei

” L’Uomo dei dolori “

offro umilmente

i miei piccoli dolori

– quelli presenti

e quelli passati –

ma anche le mie risa infantili

e tutto quanto di puro

può ancora esservi

in me.

A Te, amato e Buon Gesù

dono con gioia

e con fiducia

la mia vita

e la mia anima.

 © Antonella P. Di Salvo

 

 ” Venne la luce a illuminazione di coloro che stanno seduti all’ombra dei sepolcri, e illuminazione voleva dire: riconoscere il dono della luce e mutare anche se stessi in luce che si dona. Ciò sarebbe stata la morte dell’istinto e la sua resurrezione nell’amore “.

– Hans Urs von Balthasar –

 

 …Donna, la man gli è presa / e nella croce gli è stesa / con un botto gli è fesa / tanto ci l’on ficcato! / L’altra man se prende / nella croce se stende / e lo dolor s’accende, / che più è moltiplicato. / Donna, gli piè se prenno / e ciavellanse al lenno, / onne iuntura aprenno / tutto l’han desnodato” (Jacopone da Todi).

E la folla assetata ancora gridava “Crucifige! Crucifige!” ed io accanto a Maria di Magdala, sconosciuta e dolente, con il fardello delle mie fragilità, assistevo al mistero dell’immolazione di Cristo per tutta l’umanità. “Dappertutto un caos in sommovimento, un subbuglio senza speranza, un brulicame che appuzza l’aria afosa, una irrequietudine scontenta di tutto e della propria scontentezza. Gli uomini nell’ebrietà sinistra di tutti i veleni, consuman se stessi per bramosia di fiaccare i loro fratelli di pena, e, pur di uscire da questa passione senza gloria, creano, in tutte le maniere, la morte. Le droghe estatiche e afrodisiache, le voluttà che struggono e non saziano, l’alcool, i giuochi, le armi, prelevano ogni giorno a migliaia  i sopravvissuti alle decimazioni obbligatorie.” (Papini Preghiera a Cristo).

— Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno —

E chinavo il capo, con l’improvvisa visione delle mie debolezze, delle mie ipocrisie, delle mie insofferenze, in un pianto sommesso.

— In verità io ti dico che oggi sarai con me in Paradiso —

Perché il perdono è amore e “…L’amore è un sacramento che andrebbe ricevuto in ginocchio con Domine non sum dignus, sulle labbra e sul cuore di chi lo riceve…” (de Profundis Oscar Wilde).

E la tenerezza abbracciava la madre, tutte le madri del mondo, la solitudine dell’umanità. E quelle braccia aperte ferite, sanguinanti per tutto il dolore degli uomini, affidavano alla fratellanza, alla sensibilità di chi sa amare anche sulla terra, la rinascita del mondo.

— Donna, ecco tuo figlio. Figlio ecco tua madre —

“Dall’ora sesta si fecero tenebre su tutto il paese, fino all’ora nona. E verso l’ora nona, Gesù gridò a gran voce: – Eli, Eli, lama sabactanì? – cioè –Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? – (Vangelo secondo Matteo).

In quel grido risentivo i graffi del mio cuore, il pianto delle mie sofferenze, l’accorato appello nel momento del dolore. E nell’umanità di quel grido ho sentito “Cristo sparpagliato / per tutta la terra / Dio vestito di umanità” (Padre Turoldo)

La fine del martirio si sta compiendo. Lo strazio ha snaturato il volto, l’atrocità ha ucciso la pietà, la carne dilaniata testimonia la ferocia degli uomini.

— Ho sete —

E in quell’aceto, ultimo sprezzante insulto, c’è l’amaro dei peccati di un’umanità senza vergogna, senza misura. Ma c’è, forse, la premonizione dell’eterna sete di Dio che attraversa l’inquietudine degli uomini e la mia personale ricerca di giustizia, di verità, di pace

Poi “Gesù gridando a gran voce, disse: – Padre nelle tue mani rimetto lo spirito mio – Detto questo spirò” (Vangelo secondo Luca).

E il mondo si inginocchiò davanti a tanto Amore. E l’uomo si sentì grande nel cuore di Dio. E mai il dolore fu così puro, consapevole, vero. E l’umanità fu abbracciata dalla redenzione, dalla speranza. E il mistero della fede scaldò l’anima di chi vuol credere. E la vita fu illuminata dal sacrificio di Cristo. E l’uomo imparò ad amare nell’Amore di Dio.

Ed io fragile come una foglia al vento, continuo a pregare: “ Anima di Cristo, santificami / Corpo di Cristo, salvami / Sangue di Cristo, inebriami / Acqua del costato di Cristo, lavami / Passione di Cristo, confortami” (Anima di Cristo di Ignazio di Lojola).

http://www.milanopost.info/2015/04/03/ai-piedi-del-crocifisso-con-il-cuore/

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* Primavera* & “Fa che ti basti che cominci il giorno”🌻🌞

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✿⊱╮

Sei finalmente arrivata
cara Primavera
festosa carezza per gli occhi
e per il cuore.
Una piccola pianta
sul balcone
risplende nel sole
piena di allegre gemme
intensamente profumate.
Canti incessanti
di uccellini
allietano i rami fioriti
ricchi di nuovi nidi.
Un venticello
dolce e tiepido
mi accarezza la pelle
ma anche il cuore.
Rinascerò forse anch’io.
Proverò a guardare indietro
senza troppi rimpianti
non so ancora
se ce la farò
ma ci proverò.
Farò palpitare
nuovamente il cuore? 
Mi commuove già l’idea
mentre fioriscono
nell’anima
dolci corolle di speranza.

© Antonella P. Di Salvo 2010

( Tutti i diritti riservati)

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Primo giorno di primavera 2018

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Primavera il 20 o il 21 marzo? Sin da bambini ci hanno insegnato che la primavera, quella astronomica, inizia il 21 marzo, ma da ieri ci siamo accorti che in effetti non è sempre così. Alle 17.15 di martedì 20 marzo 2018 è infatti scattata la primavera, un paio d’ore prima la canonica data. Ma perché? Il tutto è legato all’equinozio di primavera, ovvero il momento in cui il Sole si trova allo zenit dell’equatore della Terra, cioè esattamente sopra la testa di un ipotetico osservatore che si trovi in un punto specifico sulla linea dell’equatore (più o meno in mezzo all’Oceano pacifico). L’immagini del satellite si nota infatti come il giorno e la notte dividono esattamente la nostra Terra parallelamente ai meridiani: “equinozio” deriva dal latino “aequinoctium”, composto da “aequus”, cioè “uguale” e “nox”, “notte”. Va precisato che l’equinozio non è da intendere come un giorno intero ma bensì l’istante preciso in cui si verifica il fenomeno astronomico, il momento esatto in cui termina l’inverno e inizia la primavera. Se sbirciamo il calendario ci accorgiamo che fino all’anno 2102, cioè per i prossimi 84 anni, l’equinozio di primavera non sarà il 21 marzo, ma il 20 o, qualche volta, il 19 (come il caso del 2044, prima volta in assoluto per questa data).

 

Immagine dal satellite del 20/03/2018

Immagine dal satellite del 20/03/2018

Ma perché anticipa? La questione è legata al nostro calendario, quello gregoriano, che seppur accurato non rappresenta in modo accurato l’anno siderale, ovvero il tempo che la Terra effettivamente impiega per compiere un’orbita attorno al Sole. Esso infatti ci impiega 365 giorni, 6 ore, 9 minuti e 10 secondi a fronte dei “soli” dei 365 giorni del calendario. Per mantenere sincronizzate le due misure ed evitare lo slittamento delle stagioni, è stato introdotto il sistema degli anni bisestili, che prevede l’aggiunta di un giorno alla fine di febbraio (in generale) in tutti gli anni non secolari (che non segnano il passaggio di secolo) divisibili per 4. Il meccanismo prevedeva però che anche l’anno 2000 fosse bisestile e nonostante tutti questa serie di aggiustamenti l’equinozio sta graduale slittamento all’indietro rispetto a quanto succedeva nei secoli passati.

https://www.3bmeteo.com/giornale-meteo/ma-perch–la-primavera-inizia-il-20-e-non-il-21-marzo—184736

 

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“Non aspettare che ci sia sereno o cada una tiepida pioggia
o l’orchestra dei fiori incominci a suonare
o i già muti pesci tacciano ancor di più.
Fa che ti basti che cominci il giorno
e che sia fatto chiaro come pagina bianca
voltata dopo la nera.
Allora tieni la faccia più alta che si può e tenta
perché tentar non nuoce…”


(Pablo Neruda)

 

The special One by Amanda  Cass

 

A volte nelle notti inquiete

scavo fiduciosa nel silenzio

per non perdere il ricordo

dei gabbiani che stridono

– schiantandosi a morte

tra gli scogli neri ed aguzzi –

poiché anche dal dolore

può sbocciare un fiore

intensamente profumato.

© Antonella P. Di Salvo

 

~♥~ Sul fertile viale dei ricordi ~♥~

 

 Al tramonto 

i tuoi carezzevoli occhi

– mandorle dorate

che sanno fendere il silenzio –

mi guideranno trepidanti

sul fertile viale dei ricordi.

 Le tue dita

sfiorando le mie delicate ali   

di vibrante farfalla

anticipando l’oblio

di lacrime, rimpianti e rancori

si poseranno poi senza indugio

sulle palpebre

sul viso e sulle labbra

lasciandovi il persistente profumo 

di un palpabile sentimento

che ai dolenti

petali dell’anima

farà dono di conforto e vigore

con la dissetante rugiada

di emozioni ancora vivide.

Ogni tua parola

pura come schiuma marina

riuscirà a rubare

stelle alla notte

per farne cascate

di collane luminose

da offrire

alle nostre mani intrecciate.

Ed il tuo cuore

ancora una volta

accarezzerà il mio

con incontenibile dolcezza

facendovi germogliare

 bionde spighe

di riconoscente speranza.

© Antonella P. Di Salvo

( Tutti i diritti riservati)

Innamorati di una persona che ama la tua libertà, la tua indipendenza e che rispetti le tue scelte. Ma che ogni tanto ti faccia una sfuriata di gelosia, perché in fondo tu sei il suo mondo.
Innamorati di una persona che abbia il miglior odore dell’universo, quello che riconosceresti ovunque, quello unico che solo tu puoi apprezzare. Quell’odore tanto simile alle tue emozioni.
E, alla fine, innamorati di quell’unica anima che potrai mai amare con tutto te stesso. Non accontentarti di un amore mediocre, di un amore che non è amore. Innamorati perché non ne puoi fare a meno, non perché non vuoi stare solo.

(S. Leonoir)

 

Hyocheon Jeong, straordinaria artista sudcoreana, sta conquistando il cuore degli utenti di Instagram attraverso incantevoli illustrazioni che descrivono alcuni momenti intimi della vita di una coppia.

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Che l’amore è tutto,
è tutto ciò che sappiamo sull’amore.
E può bastare che il suo peso sia
Uguale al solco che lascia nel cuore.
(Emily Dickinson)

 

L’amore guarda non con gli occhi ma con l’anima.
(Sogno di una notte di mezza estate)

William Shakespeare

* “Tutto era verità” & “Apriti cuore”…

 Il silenzio è oro per certe persone.

 

Un giorno il mondo rimase in silenzio;
gli alberi, in alto, erano profondi e maestosi,
e noi sentivamo sotto la nostra pelle
il movimento della terra.

Soavi le tue mani nelle mie
e io sentii la gravezza e la luce
e tu che mi vivevi dentro il cuore.

Tutto era verità sotto gli alberi,
tutto era verità. Io capivo
tutte le cose come si capiscono
un frutto con la bocca, una luce con gli occhi.

Antonio Gamoneda

 

⊰♡❀♡
Apriti cuore
al profumato incanto
delle emozioni sincere
ed ascoltate orecchie
la delicata sinfonia
delle cose segrete
che fluttuano timidamente
negli anfratti dell’anima.
Riempitevi occhi
di colori e di stelle
di magici tramonti
e di  bianche ali
che rifulgono leggiadre
nella notte.
Ruba pure
anima palpitante
i segreti al silenzio
per farne collane d’amore 
ai tuoi sogni.
Apritevi labbra
ad un dolce sorriso
ad un sospiro di pace
oppure di passione.
Sussurrami
nel sogno che sai
amato mio amore
frementi parole
eredità sublime
di un non mai sfiorito 
sentimento
mentre accarezzi
il lago verde dei miei occhi
con tenera mano.
© Antonella P. Di Salvo
( Tutti i diritti riservati)
⊰♡❀♡
Poesia edita in: “Canto di Maggio”
Antologia poetica
S. D. – Collezioni Editoriali-
⊰♡❀♡
Quei due, così come sono, sono reciprocamente necessari. Ecco, questo modo d'essere è l'amore. - I. Calvino

* Sotto la pelle si difende un cuore *

 Risultati immagini per malinconia

⊰♡❀♡⊱

La superficie dell’acqua
taglia se stessa
col ghiaccio

La nave d’inverno
si intimidisce
sulla terraferma

Sotto la pelle
si difende
un cuore.

Inger Christensen

⊰♡❀♡⊱

 

I drammi più commoventi e più strani

non si svolgono nei teatri

ma nel cuore degli uomini.

(Carl Gustav Jung)

 

 

 

 

ali3natamente: “ Sotto la pelle si difende un cuore. *Inger Christensen Lukas Frischknecht ”

 

Nemmeno l’esploratore più temerario

intraprende viaggi così lunghi

come quelli di chi si addentra

nella profondità del suo cuore.

Julien Green

Il Dolore

* Foto di: Paolo Roversi

 *

Il Dolore

è aspra ed intricata foresta

di afflitte radici

rigogliosa.

E’ impavida notte

senza nemmeno

un briciolo di stelle.

Il Dolore è fluire lento

di malinconici canti

che inaspettati

emergono

dall’oscuro antro

del silenzio.

E’ orco crudele

paziente belva

in attesa di ghermire

fragili prede.

Il Dolore è ineluttabile

ed ha cicatrici profonde

e antiche.

Nei ricercatori di luce

non sfugge a se stesso

ma insegue

senza mai arretrare

sofferenze e rimpianti

che a  fiotti emergono

dalle viscere dell’anima.

Il Dolore

spesso si tinge di rosso

come sofferto tramonto

trasudando sangue

da ferite sempre aperte.

Il Dolore brucia

arde furioso

facendo contorcere

le viscere

sino allo spasimo.

Ma l’anima intrepida

e fiduciosa

non crolla

o se crolla si rialza

liberamente offrendo

lacrime, dubbi e pene

avidamente cercando ristoro

in una fede 

salda e coerente

e in dolci brezze

di appaganti sogni.

© Antonella P. Di Salvo

( Tutti i diritti riservati )

 *

“Non pretendo che la gioia non possa accompagnarsi alla bellezza; ma dico che la gioia è uno degli ornamenti più volgari, mentre la malinconia è della bellezza, per così dire, la nobile compagna, al punto che non so concepire un tipo di bellezza che non abbia in sè il dolore”.

Charles Baudelaire

Immagine correlata

*

Il dolore è il gran maestro degli uomini.

Sotto il suo soffio si sviluppano le anime.

(Marie von Ebner-Eschenbach)

*

 

 

 

“La Croce non va interpretata in base al dolore, ma in base alla fedeltà e all’amore di Dio. Gesù non ha fatto molti discorsi sul dolore ma l’ha combattuto e sconfitto in vari modi: con gli esorcismi, con i miracoli, con le guarigioni; non ha mai cercato direttamente la Croce ma ha voluto sperimentare direttamente il dolore che si è abbattuto sull’uomo per la sua malvagità. Gesù non ci salva perché soffre, ma mentre soffre ci ama, ossia condivide il dolore umano e non ci lascia soli nella nostra sofferenza; non è venuto per abolire il dolore umano, ma si è steso sulla Croce facendoci così capire che Lui non ci lascia soli nel nostro dolore.

Quindi, è la visione cristiana che dà un senso al dolore, non la sapienza umana.  Il credente sa che può essere liberato dal male ma non dal soffrire: sa che Dio lo ha amato al punto di venire a condividere con lui tutto, anche il dolore. La famosa affermazione di San Paolo: “Sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa” (Col 1, 24)  vuole spingerci oltre il masochismo o la semplice accettazione del dolore per farci partecipi di una nuova visione del mondo fondata sulla Croce di Cristo. Il malato di cancro che soffre atrocemente (anche se l’amore cristiano consente e anzi favorisce l’utilizzazione della medicina palliativa) sa che anche la sofferenza di Cristo sulla croce è stata atroce, come hanno dimostrato scientificamente (e come se ce ne fosse stato bisogno) gli studi compiuti nel XX secolo sull’Uomo della Sindone.

Ma non c’è solo il dolore fisico derivante dalle malattie o dalle torture inflitte dall’uomo ai suoi fratelli visti come nemici, c’è anche il dolore di chi assiste impotente alla sofferenza e alla morte di una persona cara, di un figlio, di un coniuge[5]: personalmente non riesco a immaginare niente di più sconvolgente. Ma anche in questo caso il nostro dolore non è abbandonato a se stesso perché anche la Madre di Dio ha assistito, ai piedi della croce, alla morte tremenda di suo Figlio su quel crudele strumento di tortura e di morte, inventato per gli schiavi e i non romani e la fede ci insegna che Maria è anche madre nostra e non ci lascia soli in quei momenti terribili.

Nella Lettera Apostolica Salvifici doloris del 1984 (§ 18) S. Giovanni Paolo II descrisse la Preghiera del Getsemani come il momento definitivo dell’accettazione da parte di Gesù del dolore umano. Nel 2011 Benedetto XVI tornò su questo argomento[6], portando la nostra attenzione su come Egli sperimentò l’angoscia e la sofferenza al punto di sudare sangue e chiese ai discepoli di non lasciarlo solo, di vegliare e pregare insieme a Lui (Mt 26, 38). Ma i discepoli si addormentarono: per stanchezza, o perché non vollero condividere la passione di Cristo? Qui l’Evangelista mostra, in forma narrativa, la più terribile delle tentazioni cui è sottoposto l’animo umano quando, pur di tenere lontana da sé l’immagine del dolore, giunge a rimuovere anche il dolore altrui, fino a intorpidire la propria anima rendendola fredda e insensibile. La sonnolenza degli apostoli nel Getsemani ben rappresenta la forma di rimozione del male tipica del mondo in cui viviamo. Quante volte abbiamo sentito parlare di malati terminali che hanno perso tutti gli amici perché costoro, terrorizzati dalla vista del dolore e dalla immagine della morte imminente, non sono più andati a fare visita allo sventurato?

 Questa rimozione inizia con la rimozione di Dio; prosegue con la rimozione dell’altro; sfocia nella pretesa di rimuovere, di distaccarsi da tutti i mali del mondo. Forse da questo deriva il successo che ha avuto il buddismo presso tanti occidentali, forti solo a parole.

Invece Gesù prega i discepoli di non lasciarlo solo, ma essi non lo ascoltano e si addormentano. È da questo sonno greve e ottuso, angosciosa metafora della situazione spirituale di tanta parte dell’umanità contemporanea, che dovremmo prendere le mosse per tornare a interrogarci e portare alla luce la parte più intima ed oscura del nostro essere”.

https://www.riscossacristiana.it/perche-soffriamo-una-riflessione-cristiana-sul-dolore-sulla-sofferenza-di-carla-dagostino-ungaretti/

http://www.gesuemaria.it/il-senso-cristiano-del-dolore.html

http://www.famigliacristiana.it/articolo/dietro-le-nostre-sofferenze-c-e-la-volonta-di-dio.aspx

http://www.uccronline.it/2011/12/15/di-fronte-al-male-innocente-solo-il-cristianesimo-puo-resistere/

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Il ” buio” ed il dolore appartengono purtroppo a tutti gli esseri umani,  nessuno escluso, ma possono trovare empatico conforto in un abbraccio, un sorriso, una carezza, una mano tesa, uno sguardo, un tramonto, un miagolio, lo sbocciare di un fiore, una voce amata che riecheggia per sempre nel cuore! La vita è un’altalena continua di gioie e dolori, ma molto può il calore umano, e molto possono la Fede, gli Affetti, l’amore per la Natura, la Poesia, l’Arte, la Musica…

© Antonella

 

 

La languida “magia” di Palermo…

“Palermo … un fiore, così la chiamavano i Fenici, estesa lungo l’omonimo golfo che si adagia sulla pianura della Conca D’oro, tra il giallo e l’arancio tipico dei suoi agrumi dal sapore dolce e intenso, circondata da una cinta muraria naturale.

La sua storia millenaria le ha regalato un notevole patrimonio artistico e architettonico è stata tra le maggiori città del Mediterraneo ed è fra le principali mete turistiche.

E’ una città che parla di storia sia all’interno del suo “cuore-centro storico” che ai suoi confini periferici, attraverso ville storiche, torri d’avvistamento, tonnare, graffiti rupestri, chiese e palazzi nobiliari.

E’ una città policentrica, poiché al suo interno ingloba storiche borgate e frazioni antiche e poco distinguibili tra loro, uniti da una rete viaria capillare che mette in collegamento il centro storico con una ventina di altri insediamenti dislocati nel territorio, come le borgate marinare di Mondello, Sferracavallo, Addaura e quelle borgate di campagna, dedicate all’agricoltura degli agrumi, come Ciaculli (dove si coltiva il mandarino tardivo), Croceverde-Giardina, Belmonte Chiavelli e Santa Maria di Gesù, ben distaccate dal centro urbano e delimitate dalle montagne.

Palermo conserva ancora gran parte del suo aspetto mediterraneo nei vari mercati storici disseminati nella città: i più caratteristici sono la Vucciria, da Bucceria che deriva dal francese boucherie, “macelleria”, perché era un mercato inizialmente destinato al macello ed alla vendita delle carni e solo successivamente divenne un mercato per la vendita del pesce, della frutta e della verdura; Ballarò, il più antico e il più pittoresco dei mercati di “grascia”, cioè d’alimentari; infine il Capo, che conserva elementi popolari del tipico mercato mediterraneo”.

http://www.mondodelgusto.it/territori/1645/la-millenaria-capitale-della-conca-d-oro

 

Questo è l’ultimo giorno del nostro viaggio.

Siamo andati sul monte Pellegrino

durante una splendida mattinata

e ci siamo sentiti tristi al pensiero

di lasciare così grandiosa

e impareggiabile bellezza.

Se soltanto uno potesse impadronirsene

e serbarla entro di sé, sarebbe un dio.

(Bernard Berenson)

 

 

 Giardino Inglese 9

Nel giardino pubblico vicino al porto,

trascorsi tutto da solo alcune ore magnifiche.

È il posto più stupendo del mondo […]

Monte Pellegrino è Il promontorio più bello del mondo.

(Johann Wolfgang von Goethe)

barche alla nuova cala palermo

 

 

Non saprei descrivere con parole la luminosità vaporosa che fluttuava intorno alle coste quando arrivammo a Palermo in un pomeriggio stupendo. La purezza dei con­torni, la soavità dell’insieme, il degradare dei toni, l’armonia del cielo, del mare, della terra… chi li ha visti una volta non li dimentica per tutta la vita.

(Johann Wolfgang von Goethe)

 

Chi ha visto una volta il cielo di Palermo

non potrà mai più dimenticarlo.

(Johann Wolfgang von Goethe)

 

 

Palermo mi sembrò una città al contempo splendida e decadente, il cui aspetto un po’ in rovina mi affascinò moltissimo. Ebbi l’impressione di una città molto diversa dalle altre città italiane, con una sua identità molto particolare e una bellezza tutta sua.
(Daniel Pennac)

 

 

Ho conosciuto la piena bellezza,
lo splendore nobile e pacifico
della luce, pura e immensa,
a Palermo, a Villa Tasca.
(Anna de Noiailles – “Les vivants et les morts”, 1913)

 

E su quel palmo di terra, tra moreschi archi ogivali dei portici, è cresciuto ed è fiorito tutto quello che con folle generosità il cielo ha versato nel grembo della Conca d’Oro del golfo di Palermo. Alcuni aranci e limoni si incurvano sotto il peso dei frutti maturi e ciò nonostante fioriscono: palme di datteri, roseti carichi, cespugli, con fiori a mo’ di tromba della capacità di un litro buono, una vegetazione a me sconosciuta, ingarbugliata di fiori e di profumi. Su un cielo terribilmente azzurro si stagliano cinque rosse cupole saracene, simili a strani globi. Dio mio, forse è l’angolo più bello.
(Karel Čapek)

 

Come Palermo ci abbia accolti, non ho parole bastanti a dirlo: con fresche verzure di gelsi, oleandri sempre verdi, spalliere di limoni ecc. In un giardino pubblico c’erano grandi aiuole di ranuncoli e di anemoni. L’aria era mite, tiepida, profumata, il vento molle. Dietro un promontorio si vedeva sorgere la luna che si specchiava nel mare; dolcissima sensazione, dopo essere stati sballottati per quattro giorni e quattro notti dalle onde!
(Johann Wolfgang von Goethe)

 

Palermo è sontuosa e oscena. Palermo è come Nuova Delhi, con le reggie favolose dei maharajà e i corpi agonizzanti dei paria ai margini dei viali. Palermo è come Il Cairo, con la selva dei grattacieli e giardini in mezzo ai quali si insinuano putridi geroglifici di baracche. Palermo è come tutte le capitali di quei popoli che non riuscirono mai ad essere nazioni. A Palermo la corruzione è fisica, tangibile ed estetica: una bellissima donna, sfatta, gonfia di umori guasti, le unghie nere, e però egualmente, arcanamente bella. Palermo è la storia della Sicilia, tutte le viltà e tutti gli eroismi, le disperazioni, i furori, le sconfitte, le ribellioni. Palermo è la Spagna, i Mori, gli Svevi, gli Arabi, i Normanni, gli Angioini, non c’è altro luogo che sia Sicilia come Palermo, eppure Palermo non è amata dai siciliani. Gli occidentali dell’isola si assoggettano perché non possono altrimenti, si riconoscono sudditi ma non vorrebbero mai esserne cittadini. Gli orientali invece dicono addirittura di essere di un’altra razza: quelli sicani e noi invece siculi.(Giuseppe Fava)

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Interno di un palazzo palermitano

 

 

San Giovanni degli Eremiti, Palermo

Ed è Palermo, la fastosa e miserabile Palermo, con i suoi palazzi nobiliari che imitano le regge dei Borboni tra i «cortili» di tracoma e tisi, con le ville-alberghi in stile moresco-liberty di imprenditori come i Florio che s’alzavano sopra i tetti dei tuguri; la Palermo delle strade brulicanti d’umanità come quelle di Nuova Delhi o del Cairo e dei sotterranei dei conventi affollati di morti imbalsamati, bloccati in gesti e ghigni come al passaggio di quello scheletro a cavallo e armato di falce che si vede nell’affresco chiamato Trionfo della morte del museo Abatellis.
(Vincenzo Consolo)

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Qui c’è soltanto primavera ed estate.
(Richard Wagner)

 

Palermo, Museo del Mediterraneo: se volete sapere quel ch’è passato su questi flutti azzurri venite a Palermo. E’ una città deliziosa, una città dolce, una città profumata. Le sue piazze, le sue vie, i suoi giardini, i suoi monumenti sono magnifici. Ecco la Sicilia: capolavoro della natura, centro d’un mondo, terra illustre, si commovente e si nobile nel suo misterioso destino.
(Gabriel Hanotaux)

 

Il disegno dei monti e degli scogli che circondano il porto, tendenti all’ocra ed al violetto, sulle acque d’un azzurro carico, quale lo si contempla dal Pellegrino, è meno dolce, meno tenero, ma più puro dei monti circondanti Napoli. Come in Grecia, in Sicilia la natura è rimasta ferma a modelli eterni, e hanno mutato invece gli uomini. Il contrasto fa la natura anche più alta e più lontana; l’animo di chi guarda è costretto a una specie di altalena perpetua.
(Guido Piovene)

 

Tramonto Isola delle Femmine

 

 

Bella ed immensa città, il massimo e splendido soggiorno, Palermo ha edifici di tanta bellezza che i viaggiatori si mettono in cammino attratti dalla fama delle meraviglie che offre qui l’architettura, lo squisito lavoro, l’ornamento di tanti peregrini trovati dall’arte.
(Idrisi)

 

Villa Boscogrande

Io dico sempre che Palermo è come una donna bella che non sa abbigliarsi, non è mai in ghingheri, prova ne è che non sa mostrare il suo mare, ma alla fine è sempre una sorpresa. È una città che fa venire voglia di scoprirla. È come i grandi amori: ti manca quando sei lontana e ti soffoca quando ci vivi.

(Isabella Ragonese)

 

Palermo, dove ci siamo fermati otto giorni, era splendida. La città posta nella miglior situazione del mondo, trascorre la sua vita nella Conca d’oro, la splendida valle che si stende tra due mari. I limoneti e gli aranceti erano così assolutamente perfetti che io sono ridiventato un preraffaellita
(Oscar Wilde)

 

Palermo è la città col panorama più bello del mondo. (…) Stupenda è la vallata situata fra due mari, i boschetti di limoni e i giardini d’aranci così perfetti. Molti ragazzotti hanno volti che sanno di grecità, altri proprio da arabi, sembrano tante sculture che girano a cielo aperto
(Oscar Wilde)

 

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La pianura intorno a Palermo è conosciuta come la Conca d’oro, per via delle colorazioni tipiche degli agrumi che un tempo dominavano il paesaggio.

Nel 977 d.C. Ibn Hawqal, viaggiatore musulmano, descrive in questo modo la campagna intorno al capoluogo siciliano.

“Palermo è circondata da numerosi corsi d’acqua che scendono da ovest ad est; la loro corrente è capace di far girare dei mulini che sono infatti attivi in diverse località. Lungo i corsi d’acqua, dalla sorgente fino alla foce, si stendono terreni paludosi coperti da cespugli, dove cresce la canna di Persia, ed esistono giardini da frutta e campi di zucche. In questi terreni si raccoglie soprattutto il papiro, con il quale si fabbricano i rotoli dove scrivere”.

 

Profumatissimi limoni

I mandarini siciliani

 

 

 

La bellezza di Palermo non è solo un fatto estetico. È capacità di riflessione filosofica. Non a caso la filosofia è nata in Sicilia. E si sente, ancora oggi. Ieri mattina, parlando con i ragazzi di un liceo, sono rimasta colpita dai loro ragionamenti.
(Dacia Maraini)

 

A Palermo la rossa, a Palermo la bambina. Rossa, Palermo, come immaginiamo fosse Tiro o Sidone, fosse Cartagine, com’era porpora dei Fenici; di terra rossa e grassa, con polle d’acqua, da cui alto e snello, pieghevole ai venti, s’erge il palmeto fresco d’ombra, eco e nostalgia di oasi, verde: moschea, tappeto di ristoro e di preghiera, immagine dell’eterno giardino del Corano. Bambina perché dormiente e ferma, compiaciuta della sua bellezza, perché da sempre dominata da stranieri, e dominata soprattutto dalla madre, la fatale madre mediterranea che blocca i figli in un’eterna adolescenza. S’adagia, rigogliosa e molle, su una felice conca.
(Vincenzo Consolo)

 

Scorcio del Palazzo dei Normanni

A Palermo, più che altrove in Sicilia, le epoche storiche rivelate dai differenti stili architettonici si sovrappongono. Il centro testimonia di un tempo più vicino, quando la città con i suoi teatri, i suoi palazzi, le sue piazze barocche e suoi trionfali accessi al mare, contendeva a Napoli il primato urbano del Regno della due Sicilie. Ricordi di un tempo ben più remoto cela invece il Monte Pellegrino: a poca distanza dai grattacieli, in caverne abitate dall’uomo preistorico, sono venuti alla luce graffiti rupestri di arcaica bellezza.
(Leonardo Sciascia)

 

Fiore di frangipane

Un profumo di frangipane e mandarini

La Conca d’oro, un paradiso da ritrovare

Palermo, La Conca d’oro

Gli alberi di mandarino pare si siano salvati. Qualcuno li trapiantò nella Real Tenuta della Favorita prima che arrivassero le ruspe e, forse, danno ancora frutti. Mandarini di Sicilia così profumati da far dimenticare lo scempio. Squisiti come la cassata, i cannoli, le arancine, la martorana, la torta Savoia, le panelle, il gelo di mellone al gelsomino e il pane di rimacinato cosparso di sesamo, sfornato almeno tre volte al giorno. Prelibatezze che leniscono lo sconforto.

Le ruspe distrussero il resto: gli alberi, il garage, il frantoio, la vasca dell’irrigazione. A Resuttana ai Colli, nel mezzo della Conca d’oro, vanto di Palermo dai tempi dei Fenici, la villa di Giuseppe Barbera fu accerchiata dal cemento, lui non si accorse di nulla perché era un bambino e suo padre, costernato, in quell’inverno del 1965 trovò scuse per non portare la famiglia nell’adorata dimora di campagna, a tre chilometri in linea d’aria dal centro, dagli angeli di stucco del Serpotta, dalle volute barocche, dalle cupole arabe. “Il sacco di Palermo”, da un titolo di un’inchiesta del 1961 del giornale l’Ora, cominciò negli anni Cinquanta. La Conca d’oro, che i palermitani avevano creato e curato fin dall’antichità più remota, sostenuti da un clima perfetto, ma domando un terreno non altrettanto generoso, fu abbattuta in vent’anni da una colata scomposta di cemento, valanga di delinquenza, malafede, avidità e vigliaccheria, che trascinò via secoli di civiltà e bellezza.

“Come è potuto accadere?” si chiede oggi Giuseppe Barbera, professore di Colture Arboree all’Università di Palermo, quel giovanetto che registrò la scomparsa del paesaggio della sua infanzia perché da picciriddi certe cose non si afferrano: troppo assurde, e contrarie alla speranza di chi ha l’animo nuovo. “La domanda si ripete di fronte alle tragedie, piccole o immani, che si svolgono al cospetto di sguardi distratti, silenzi complici, intelligenze assopite – continua Barbera – . Cosa ha nascosto a chi aveva occhi per vedere, orecchie per ascoltare, menti per ragionare, trecento milioni di metri cubi di cemento, centinaia di chilometri di asfalto che, tra il 1955 e il 1975, ogni anno hanno soffocato un milione di metri quadri di suolo e preso il posto di oltre un milione di alberi? Perché non è stato possibile impedire che il paesaggio della Conca d’oro giungesse all’agonia, con il suo millenario carico di fatiche, sogni, sentimenti da allora cancellati, negati alle speranze di futuro?”.

Mentre il disastro avveniva e a disastro compiuto i sussidiari delle elementari continuavano a insegnare agli scolari che il capoluogo della Sicilia, la Palermo felicissima dei Gattopardi, sorge fra gli agrumi, le palme, le palmette, i frangipane e le plumelie della Conca d’oro. Alcuni hanno la sfacciataggine di scriverlo ancora affinché i ragazzini si formino nell’illusione. Viale Strasburgo fu chiamata, con crudeltà beffarda, la strada costruita sulle rovine dei Colli, un omaggio funebre alla nascente Europa unita. Il tracciato della circonvallazione, con la non estraneità del Vaticano che controllava la Società Immobiliare Generale di Lavoro e di Utilità Pubblica e Agricola, fu spostato di un chilometro sconvolgendo il giardino romantico e colto di Villa Tasca dove Richard Wagner completò la partitura del Parsifal. Oltre un secolo prima della devastazione Goethe fu sorpreso dal lieto spettacolo di Palermo, dove arrivò via mare e nel Viaggio in Italia (1817) parla del “verde tenero degli alberi, le cui cime, illuminate da dietro, ondeggiavano davanti alle case nell’ombra, come grandi sciami di lucciole vegetali […] della fertilità lussureggiante […] dal più bel tempo di primavera”. Nell’opera L’inchiesta in Siciliadi Franchetti e Sonnino. La Sicilia nel 1876, gli autori scrivono che Palermo era la città più bella d’Europa, con la naturalezza di chi afferma un fatto risaputo.

La ricchezza biologica dell’ambiente palermitano ha per simbolo la fauna e la flora del Monte Pellegrino: 765 specie vegetali, 50% dei mammiferi presenti in Sicilia, 60% dei rettili e anfibi. Nel 1958 George Evelyn Hutchinson, presidente dell’American Society of Naturalist, propose agli scienziati di tutto il mondo di nominare Santa Rosalia, la Santuzza, patrona degli studi di biologia evolutiva. Nelle parole di Giuseppe Barbera affiora il pianto eterno per i massacri ambientali e culturali compiuti mezzo secolo fa e che hanno sconvolto gli equilibri della Conca d’oro, ma una fievole gioia traspare: “I caratteri del luogo si svelano ancora chiari a chi ha occhi, mente e cuore per comprenderli: sono ancora quelli originari e a essi si legano non solo il passato o il gramo presente ma anche il futuro”.

Ed è vero: Palermo è ormai infelicissima, ma rimane un posto dal fascino potente dove ci si domanda, annichiliti: “Come è potuto accadere?” e, insieme, si è rapiti dalla continua meraviglia di ciò che è integro, di ciò che sopravvive, di ciò che s’intravede, di ciò che è sparito eppure permea l’atmosfera. “Nonostante si continui a consumare il suolo a ritmi insopportabili (40 ettari ogni anno) e la pianura, privata degli essenziali servizi ambientali, sia in agonia, si può ancora sperare di vivere in paradiso – in paesaggi dove la cultura mantiene salda l’alleanza con la natura, dove la vita dell’uomo, degli esseri che lo accompagnano, delle pietre e della terra non separino l’utilità dalla bellezza e la congiungano all’etica”.

Così Barbera scrive nell’ultima pagina di Conca d’oro (Sellerio editore, Palermo). Ed è vero.

 

 

http://sellerio.it/it/catalogo/Conca-Oro/Barbera/5312

 

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http://www.touringclub.it/sites/default/files/attachments/dossier_palermo_2018.pdf

http://www.touringmagazine.it/articolo/1480/il-viaggiatore-palermo-cosmopolita-e-sensuale

http://www.touringmagazine.it/articolo/3594/palcoscenico-palermitano

 

https://it.wikipedia.org/wiki/Palermo